Studenti in visita all’Officina

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L’“Officina del possibile” è un spazio fisico (di 500 metri quadri) e un’idea: un progetto sociale di nuovo welfare (generativo) che passa dall’essere costo (per lo Stato) all’essere risorsa (per tutti), dove ognuno diventa responsabile per sé e per gli altri, dove tutti possono fare la propria parte rimettendo in circolo, rigenerando i beni di cui già dispongono. Un welfare dove non si hanno risorse, ma dove si è risorsa. Un luogo che non bada al profitto ma al prodotto, che genera possibilità. Un arcipelago di spazi bagnati dallo stesso mare, il mare della solidarietà. Proviamo a raccontarli.

Marco il mosaicista

Da un lato c’è Bottega23, della cooperativa Il Ramo (parte della famiglia Comunità Papa Giovanni XXIII) che si occupa di vendere abiti usati, accessori, casalinghi… Un negozio a tutti gli effetti che deve sostenere degli stipendi, che scontrina e paga le tasse. Un negozio sui generis però, perché col guadagno ottenuto dalla vendita degli oggetti ricevuti in donazione offre opportunità lavorative a persone in difficoltà. Disabili ma non solo; anche a quelli che la società fatica a reinserire: “Sono uscito dal carcere a ottobre”, ci dice Massimo. “Io l’Officina l’ho vista nascere, nove mesi… come un figlio. Ho fatto il volontario all’inizio, in permesso lavorativo diurno. Sono di Latina e ho deciso di non tornare giù, ricomincerei di sicuro a delinquere. Brutti giri, solite amicizie, zero opportunità per uno come me. Qui sto bene, adesso lavoro per Il Ramo in lavanderia. L’Officina mi ha fatto crescere, mi ha fatto rinascere”.
Il ciclo dei vestiti “rigenerati” non è semplice, necessita di processi e macchinari costosi: “Tutti gli abiti che riceviamo, ci racconta Francesca, sono selezionati, lavati se necessario, stirati e infine sanificati in una cella ad ozono per diverse ore. Occorrono attrezzature e molti volontari armati di grande pazienza. Come le nostre

Selezione abiti e biancheria

“nonne”, che sono fantastiche: se il vestito ha delle piccole imperfezioni si armano di ago e filo e lo sistemano; si ostinano. Sono per lo più donne in pensione abituate al duro lavoro e a non darsi mai per vinte, donne che hanno ancora bene in mente i periodi di carestia della guerra e sanno cosa vuol dire riuso o fare con quello che si ha, molto prima di noi”. Sì, perché entrando nell’Officina si ha proprio il sapore dell’antico che si mescola al moderno, in senso culturale anche. Un moderno “lento” fatto di ascolto, di recupero, d’integrazione e d’inclusione. Un moderno buono, ma anche bello.
Lo si nota molto bene anche spostandosi verso il lato opposto della struttura dove troviamo l’Oltrestor, il negozio dell’”oltre” gestito dalla cooperativa sociale Il Viandante. Un luogo in cui i disabili fisici e psichici col supporto degli educatori donano nuove strade ai mobili usati – ma anche a loro stessi – rimettendo in circolo quello che gli altri butterebbero. Non restaurando ma rigenerando, cioè dando nuova vita alle cose. Ecco allora che una valigia si

La valigia-sedia

trasforma in una sedia, un vecchio confessionale in un teatro dei burattini, dei pallet inutilizzati diventano sedie, librerie, fioriere o ancora vecchi pezzi di legno generano nuove arnie per la primavera. “In particolare questo è un progetto molto interessante”, ci dice Marco dell’Oltrestore. “È un progetto educativo e d’inclusione. Alcuni ragazzi della comunità psichiatrica La Rocca (di Roccasparvera, ndr) costruiscono qui, o rimettono in sesto, vecchie arnie. Il progetto è nato un anno fa proprio a La Rocca, dove in altre arnie abbiamo fatto il primo nostro miele solidale. Perché l’alveare è una bella metafora e un esempio per i nostri ospiti disabili. L’esempio della collaborazione, della reciprocità, della laboriosità positiva e messa al servizio. Dove ognuno fa la sua parte e secondo le proprie capacità, ma per il bene della comunità. E dove il risultato, in ogni caso… è dolcissimo!”.
Ecco perché l’Oltrestore è il negozio dell’oltre: perché prova ad andare al di là del limite, sopra, su, anzi sur, come un movimento sur-realista appunto. Un luogo dei sogni, ma dai sogni concreti. Dove basta crederci e provare, dove gli ostacoli sono oltrepassabili. Un progetto educativo d’inserimenti lavorativi e di cooperazione.

Costruzione delle arnie

La stessa cosa che fa il Magazzino del dono, al fondo dell’Officina. Un emporio alimentare che mette insieme tutti i centri di distribuzione parrocchiale della Diocesi di Fossano. Lì ogni giorno volontari e giovani tirocinanti consegnano borse alimentari a persone in difficoltà. Generi alimentari e prodotti non alimentari per la casa che non vengono donati a pioggia ma secondo un tetto mensile stabilito tramite Isee e tenuto sotto controllo per via informatica. Anche in questo l’Officina ha creato un piccolo precedente in provincia: “È finita l’era del tutto a tutti”, dice Stefano Mana, responsabile della Caritas diocesana, che gestisce l’emporio. “L’ambizione è di aiutare, supportare anzi, chi è davvero in difficoltà e cercare di tornare a far camminare con le proprie gambe queste persone. Certo, poi fatte le regole non è che dobbiamo morire di queste, ma è così la nuova filosofia della nostra carità. Quella che restituisce dignità all’individuo, che prova a farlo rialzare da solo”.
Al Magazzino arrivano donazioni di derrate alimentari dall’Agea, dal Banco alimentare e dai supermercati della zona. Ma sono molte anche le persone altruiste che passano ogni giorno: “Avete bisogno di un po’ di insalata? L’ho appena raccolta dall’orto e ne ho talmente tanta che la butterei via…”, dicono. La generosità ha nuova casa, e spesso inattesa: “Questo posto è un catalizzatore”, dice Maurizio Bergia, responsabile di Bottea23. Scopriamo che la gente ha voglia di fare del bene ed è pronta a donare anche più di quanto ci potessimo immaginare. Ha solamente bisogno di vedere un progetto concreto; la gente vuole vedere dove i beni o i soldi vanno a finire; solo così tende le proprie mani”.
Mani tese, come quelle in evidenza all’ingresso della struttura – o come il cuore, simbolo dell’intera Officina – tutti rigorosamente prodotti con materiale di scarto, piastrelle di recupero e ciottoli che Marco ha saputo sapientemente

Bottega23

mettere insieme. Lui è un altro bell’esempio dell’Officina che funziona, un inserimento lavorativo dopo il carcere e problemi di tossicodipendenza. Marco viene dal Ravennate, capitale dei mosaici, e si vede: mosaicista a sua volta, ha contribuito a rendere quello spazio un posto bello e accogliente, come una casa.
La stessa cosa che ha fatto Fondazione NoiAltri Onlus, una “casa” che racchiude diciassette organizzazioni sociali del Cuneese (tra cui Il Ramo e Il Viandante) che è stata la vera promotrice del progetto Officina. Così, proprio Fondazione NoiAltri ha avuto l’onore e l’onere di gestire lo spazio che racchiude e raccorda tutte le altre realtà, lo spazio centrale chiamato Piazza della fiducia e della solidarietà. Un corridoio ampio come le più belle piazze mercatali, un luogo di scambio e di incontro, un’agora di ascolto e rigenerazione col proprio territorio. Proprio lì molti eventi pubblici si sono svolti in questi mesi: dal cinema, con la proiezione gratuita di Fuocoammare, agli aperitivi filosofici di Filosofia di comunità. Ma anche dibattiti, spettacoli, musica, feste, confronti…
Perché l’Officina è un laboratorio, un luogo dove si dona e dove si riceve. Dove si “acquista”, nel senso che si aumenta di valore. Una scommessa per dire che le cose – come le persone – non si buttano, ma si riparano, anzi si rigenerano.

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